mercoledì 10 febbraio 2016

[Non-recensione] Il custode delle anime - Maurizio Bonfiglio

Titolo: Il custode delle anime
Autore: Maurizio Bonfiglio
Editore: Zero91
Anno: 2012
Num. Pagine: 299
Prezzo: 17.00€


Trama:
Un misterioso scrittoio senza alcun valore apparente. Ecco cosa riporta a Torino Richard Setti, un antropologo italo-americano che collabora con l'FBI. Ma cosa lo aspetta davvero? Una serie di delitti ispirati alla Passione di Cristo, un vecchio amico ispettore che indaga sulla misteriosa catena di omicidi e un improvviso amore per una ragazza salvata da alcuni balordi. Ma il destino di Richard sembra essere strettamente legato al ritrovamento di una lettera sorprendente, custodita all'interno del vecchio mobile, che farà incontrare il suo animo razionale con l'aura magica e penetrante di Gustavo Rol: un medium dotato di poteri incredibili che, secondo quanto è scritto, è capace di scardinare le regole del Tempo e di far confluire il corso del passato in quello del futuro. L'assassino intanto sembra inarrestabile. Gli investigatori sulle tracce dell'efferato omicida e dell'atroce segreto che alimenta la sua furia si ritroveranno invischiati in una storia che supera la realtà. Un thriller che rende omaggio alla memoria di Gustavo Rol, al suo "dono" straordinario che ha spostato il confine del tangibile e della finitezza dell'essere umano.

La non-recensione:


Ce l’avevo io, il presentimento. Quello di non dover leggere questo libro.
Signore e signori, preparatevi, perché in questa recensione vi porrò di fronte a talmente tanti plot-hole che non avreste mai detto si potessero concentrare in una singola opera. E pensate, è solo il primo di una trilogia.
Alleluia.

Prima cosa che non torna: il titolo. Il custode delle anime non c’azzecca un bel niente col testo, quindi che non mi si chieda cosa c’entra, perché non lo so neanche io.
Why non c'eravate voi, che almeno vi shippavo?
La trama vede come protagonista Richard - nome originale: Riccardo - Setti, collaboratore dell’FBI nel campo dei crimini seriali, e voi direte “Che figo, come quelli di Criminal Minds!”, e io ovviamente rispondo “Vi piacerebbe. E invece state freschi”.
Richard torna in Italia, suo paese natale, in seguito alla morte di un parente che gli lascia uno scrittoio in eredità. Nello scrittoio viene trovato un documento, una lettera scritta dal de cuius il quale narra brevemente una cosa accaduta qualcosa come quarant’anni prima, una cosa che sembra turbare in modo viscerale tutti quanti, che promette una specie di apocalisse, che scatena l’inquietudine, la paura, il terrore.
In pratica ci viene spiegato che durante una seduta spiritista l’avo di Setti ha una visione del futuro in cui c’è il nipote coinvolto nelle indagini di efferatissimi omicidi, anche se gli era stato imposto di non parlarne ad anima viva. Quindi lui si è sentito in dovere di lasciare l’incartamento per avvertire lo stesso nipote di stare attento. Di stare attento.
Domanda: visto che il parente ormai defunto non riusciva a tenere per sé quest’orribile e tragico segreto, perché non ha spiattellato l’intero contenuto della visione, invece di limitarsi ad uno stupidissimo ammonimento oracolare, risparmiandoci così quasi tre centinaia di pagine di vaccate varie?
Ma va beh, prendiamo questa cosa per buona e procediamo.

Richard mentre se ne sta lì ad elucubrare, salva una fanciulla da uno scippo. Così, random.
E lì abbiamo già capito che ruolo avrà la ragazza - Sara - nella storia, non c’è nemmeno da porsi quesiti inutili visto che la fantasia è un tratto inesistente in questo romanzo. Questa Sara è appena stata scippata, strattonata e insomma, ha vissuto cinque minuti di pura adrenalina, e la prima cosa che fa dopo aver riavuto la sua borsetta? Va a prendere il caffè col suo eroico salvatore - ok, ci può stare - e poi pensa bene di dare il suo numero di cellulare allo sconosciuto Richard, e anche il suo recapito.
Il recapito?! Io a malincuore accetto di dare il mio numero di cellulare a un individuo incontrato in giornata, e lei si sente così a suo agio da dare addirittura il suo indirizzo ad un uomo mai visto prima e con cui ha parlato per sì e no un’ora?
Sara, diciamocelo: sei un po' facilotta.
Soprassediamo anche questo.

Prima dell’arrivo di Richard a Torino, si era consumato un delitto in cui un prete era stato fustigato a morte. Il nostro Ricky ovviamente è un amico dell’ispettore Giuliano, quindi decidono di farsi una bella chiacchierata con tanto di descrizione di prove, foto e tutto il resto. In parole povere: Richard viene a conoscenza di informazioni che dovrebbero essere altamente riservate in un soffio, a caso.
Non solo: visto che Richard è un amico di Giuliano, tutto il resto del corpo di polizia pensa bene di lasciargli carta bianca, facendolo partecipare attivamente alle indagini, mettendolo al corrente di qualsiasi informazione senza remore, passandogli file e dossier, il tutto senza che nessuno faccia una piega, né agenti o poliziotti, né tantomeno il procuratore.
Ora, fermiamoci un attimo. Primo plot-hole, grosso come una casa, che da solo basterebbe a far crollare tutta la struttura di questo stupido romanzo.
Un completo sconosciuto che lo stesso Giuliano non vede da anni si ripresenta dicendo di essere un collaboratore dell’FBI. Nessuno chiede autenticazioni né prove, né tantomeno si sogna di mandare una mail in America per avere una conferma. E va bene, tanto la trama dice così, quindi accettiamo pure la sua buona fede. Ma possibile che a nessuno venga in mente che lui non è nemmeno nel suo fottuto continente di giurisdizione, e quindi è un cittadino come un altro? Possibile che a nessuno - nemmeno al nostro geniale Richard - venga in mente che per collaborare con la polizia italiana ha bisogno di richiedere il permesso al suo dipartimento? Possibile che siano tutti dementi privi di logica?
Possibilissimo.
Andiamo avanti.

Nella storia entra in scena il personaggio di Gustav Rol, che poi essere colui che aveva organizzato la seduta spiritualistica a cui aveva partecipato il parente di Richard. E qui entra in scena la scarsissima capacità dell’autore di tratteggiare non solo la personalità, ma anche le atmosfere, la narrazione e la coerenza stessa.
Gustav Rol è considerato da tutti un grand’uomo che fa magie. Legge nel pensiero, nei libri chiusi, fa mirabolanti trucchi con le carte, vede il futuro, il passato, forse anche il congiuntivo, sa fare tutto. Ma nessuno è scettico. Mi piacerebbe andare a fare un sondaggio per le strade e chiedere cosa ne pensano di tal santone o tal medium, e vedere a chi si illuminano gli occhi mentre mi dice che è davvero una brava persona ed è davvero magia, la sua.
Nel ventunesimo secolo non dico che non ci siano dei gonzi che credono ciecamente a quello che dice la gente - la madre degli idioti è sempre incinta - ma sono fermamente convinta che il buonsenso esista ancora, e che ci saranno sempre persone che avranno spirito critico e che non crederanno così gratuitamente ad un tizio che millanta poteri sovrannaturali, non così di buon grado, almeno.
Qui no. Qui Rol è l’eccellenza, e chi invece è scettico prima viene disegnato come il solito burino senza fede, e poi naturalmente si ricrede perché il grande Rol gli ha fatto sotto il naso un grande incantesimo, e da quel momento in poi il miscredente ostenta ammirazione e adorazione. Seriamente, ci devo credere?
Ad ogni modo, Rol c’entra un po’ con tutto quanto, e visto che ha poteri divinatori (diamogli buona anche questa, tanto stupidaggine più stupidaggine meno) mi verrebbe da chiedermi perché questo tizio non ci fa il favore di aiutare Richard una buona volta.
È troppo complicato! Risposta standard. Rol in ogni discorso infila la questione che i suoi poteri non hanno nulla di magico ma che in realtà appartengono a tutti, è che lui è solo bravo ad usarli, e che non può dire o fare cose a suo piacimento perché è complicato. Anche spiegare ad un bambino di tre anni da dov’è venuta la sorellina è complicato, ma sticazzi.
Sì, insomma, l’autore aveva voglia di inserire questi intermezzi senza senso in cui la fede di Richard viene ridimensionata, e da sporco agnostico vira dall’oggi al domani in un devoto alle pratiche occulte. Mi verrebbe da citare il mio collega Ewan con un bel Tanto è fantasy! ma qui non si tratta nemmeno di fantasy, quindi capirete perché sono ancora perplessa da questa lettura.
Ma procediamo, non sia mai che l’idiozia ci fermi in questa crociata!

Verso la metà iniziano i capitoli che riguardano le mosse dell’assassino, e poco a poco veniamo a conoscenza delle sue ragioni, dei suoi spostamenti e di tutto quello che ci può servire. Evidentemente le indagini annoiavano persino chi le stava scrivendo.
Da qui in poi è tutto un alternarsi di capitoli imbarazzanti in cui Richard e Sara si perdono in discorsi di teologia assolutamente privi di senso nonché di logica, si innamorano (N. B. Si conoscono da cinque giorni), Rol fa qualcun altro dei suoi bei trucchetti e ammorba tutti con la storia che è complicato da spiegare, e vengono uccise un po’ di persone, tanto per mettere altra carne al fuoco. Richard continua imperterrito a ficcanasare nei documenti della polizia - sì, proprio quelli che dovrebbero essere riservati - e pensate un po’? Fa partecipare alle indagini anche Sara senza che nessuno si opponga.



Se durante i primi cinque capitoli si aveva il sentore che questa storia facesse acqua da tutte le parti, dalla metà diventa certezza assoluta.
Una vecchina che spunta per una pagina a fare la voce misteriosa con l’intento di essere rivelatrice (l’autore aveva voglia di immettere l’elemento mistero, peccato che non sia servito proprio a niente); Giuliano che viene accoltellato dall’assassino senza nessunissimo motivo logico (l’autore aveva bisogno di un pretesto per far incontrare Richard e il killer); Richard che spiattella TUTTE le informazioni delle indagini a CHIUNQUE.
E mi fermo qui coi plot-hole perché altrimenti mi viene mal di mare.

Ricapitolando.
La trama fa schifo. L’idea di base poteva essere buona - per nulla originale ma è l’ultimo dei suoi problemi - però presenta così tanti errori, omissioni, poca cura per i dettagli e realismo inesistente, da rendere il tutto un immenso pasticcio fatto di parole unite alla cazzo.
I plot-hole sono veramente troppi e riguardano praticamente ogni aspetto, sia quelli più marginali che quelli veramente fondamentali, roba che qualsiasi persone dotata di un minimo di buonsenso potrebbe individuare nell’immediato.
Lo stile è pessimo. Alcuni dialoghi sono semplicemente patetici, raffazzonati e meccanici; la narrazione è totalmente priva di pathos, di capacità descrittive ed empatiche; i personaggi sono incoerenti e ottusi, le atmosfere raramente sono ben delineate, rendendo quindi le situazioni false, costruite. Non è per nulla trascinante o coinvolgente, è tedioso e pomposo, tanto che mi sono trovata davanti frasi come:

Un buon vino d'annata colorava l'atmosfera già ricca di intese romantiche.

Richard si lasciò trasportare dal momento con passione e forte emozione. Il suo cuore prese a battere con forza, aumentando il ritmo. Era nato l’amore.

Il letto disfatto testimoniava la passione ardente consumata la sera prima.


Grande Giove.

Senza contare i dettagli ortografici che mi hanno fatto inorridire. Uno degli errori più grandi che un autore potrebbe fare sono i puntini di sospensione, che spesso diventano due, o quattro, o sei, o tremila. Qui no. Qui sono i maledetti punti esclamativi ad essere TRE! Dico, tre?
E poi, le virgole. Dannazione, le vogliamo mettere queste cavolo di virgole nei dialoghi? Cos’è, si comprano all’etto ma quel giorno c’era la promozione ed erano finite prima?

In sostanza: questo libro fa ridere. Sì, è esilarante.
Basta che non lo prendiate sul serio.